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Il mattino dopo, colazione con uova fritte in un kg di burro, burro salato spalmato su pane, etc etc etc. La mia tassista è puntuale, e ci dirigiamo verso l’aeroporto. Saluto la cognata: la sua casa è il primo posto nelle Marchesi in cui mi sia trovata bene. Dopo pochi minuti di viaggio, Pascale, che guida, riceve una telefonata: è la mia ospite, che insiste per pagarmi la corsa!! Sono incredula. E’ una manna, perché ero ossessionata dall’idea di finire i soldi nell’isola successiva. In realtà è solo una paranoia, dovuta al fatto che non mi aspettavo di pagare il taxi due volte in più e mi scoccia essere costretta a farlo per via di quel famoso pic nic. Ma lo so solo ad un livello inconscio; sono talmente nervosa che non riesco a ragionare chiaramente.
All’aeroporto, sussulto: e se lasciassi perdere queste accidenti di Marchesi, e me ne tornassi a Papeete??! Anzi, avrei dovuto farlo già ieri! L’idea di tornare in possesso di una doccia, in cambio di poche ore di volo, MI PIACE. Mi dico che dopotutto qualche cosa l’ho vista, e non è colpa mia se i selvaggi sono così , selvaggi, no? Improvvisamente, Te Arua torna a farsi sentire.
Ne approfitto per maledirlo duramente.
Te Arua:“lo sai, vero, che stai bestemmiando”
Laura:“Non fare leva sulla mia educazione cattolica”
T.A:“E’ un dato di fatto.”
L: “Gli dei di oggi si aprono al dibattito. Come i genitori post 68.”
T.A: “Volevo portarti al limite, per accrescere la conoscenza che hai di te stessa. E in ogni caso, io sono un dio antico”
L: “Io invece sono nata nel 1984. E non rifilarmi banali storielle new age.”
T.A: “Fermiamoci qui. Ti avevo avvertita che le Marchesi non sarebbero state una passeggiata”.
L: “Esattamente, qual è il confine tra passeggiata e inferno? Per regolarmi, in futuro”.
T.A: “Mi è parso di capire che non vuoi andare a Ua Pou”.
L: “Esatto. E se in cambio raderai al suolo qualche paese in via di sviluppo, declino tutte le responsabilità”
T.A:”Liberissima. Allora, vai a fare l’imbarco per Papeete. Non hai molto tempo”.
L: “…”
T.A: “sarebbe a dire?”
L: “Mi sembri troppo mansueto”
T.A:”Sono un dio democratico, no?”
L: “Per favore. Ci sarà un prezzo da pagare?”
T.A:”Come sei cattolica e europea, cherié”.
L: “Non cambiare argomento”.
T.A “ Diciamo che se non vai a Ua Pou, ti perderai il meglio. Oltre a farti vivere dei giorni fuori dal tempo e dallo spazio, avevo pensato ad un piccolo regalo. Così, per compensare”
L: “Una piroga, magari? Sulla quale uscirò tutte le mattine, per cercare sostentamento per me e per i dodici piccoli orfani che dipenderanno dalla mia pesca?”
T.A: “Puoi rischiare, oppure no. Ti ricordo che non possiedi una seconda vita, per acchiappare le occasioni mancate”.
L: “Ti odio. Non puoi far leva su questo. Lo sai che è la mia ossessione”.
T.A “lo so. E tu stai di nuovo bestemmiando”
L: “la piantiamo qui?”
T.A:”la piantiamo qui. Buon viaggio”
L: “grazie”.

Salgo sul Twin Otter, senza alcuna paura. Però mi monta dentro una rabbia gigante; sono certa di avere preso la decisione sbagliata. Quando trovo Tea (nome maschile), l’hippie amico di Gabriel che è venuto a prendermi, non sono troppo calorosa. Anzi, sono quasi antipatica. Scambio qualche parola con un ragazzo italiano, che aveva soggiornato presso un artigiano e mi dice di andarmene il prima possibile. Mi rimprovero per aver voluto rischiare: Ua Pou è stupenda, quanto le altre due isole; ma, onestamente, resto fredda al suo fascino. Per tutto il viaggio di andata verso Haakuti, il villaggio di Tea, rimpiango di essere salita sull’aeroplanino. E’ inutile; non mi piacciono queste isole, non riesco ad essere ottimista: mi sono pure appena arrivate le mestruazioni, dopo 50 giorni di misteriosa assenza.
All’arrivo a Haakuti, adoro il villaggio, le Marchesi sono un fantastico posto, la casa di Tea mi piace da impazzire, e Te Arua è un fantastico birbone. E’ vero, con la famiglia ho subito feeling; siccome è il compleanno di Tea, hanno preparato un pranzo fantastico. La sua casa, semplicissima, è nel posto più bello che abbia mai visto: in una baia, a pochi metri dall’oceano, un po’in alto, circondata da fiori. Il paesino è il più suggestivo che abbia scovato in Polinesia: un’unica strada, in pendenza, attorno alla quale sono costruite le case. Il cellulare non prende, non si possono ricevere telefonate dall’estero o chiamare fuori da Ua Pou: siamo davvero IN CAPO AL MONDO.
Ma il motivo principale del mio rapido cambiamento di idea possiede due gambe, delle braccia, un sacco di capelli e soprattutto due occhi.
E si chiama Jerome.
Andando verso Haakuti, ci siamo fermati ad Hakahetau, presso un artigiano amico di Tea. Il famoso posto dove aveva soggiornato l’italiano. Jean-Marc, l’artista, accoglie ridendo me e Tea. Ahahahah, se Davide avesse saputo chi arrivava oggi, non sarebbe ripartito! Scherzano i due. Ossessionata dai dettagli, faccio appena in tempo a notare che Jean-Marc deve avere del sangue demis, perché ha gli occhi azzurri. E il contorno occhi, dove noi donne mettiamo la matita quando ci troviamo lontano dai climi tropicali dove tutto cola, è pure azzurro. E chiaramente non è un eye-liner, che rende i suoi occhi pazzeschi: è un TATUAGGIO.
Ma tutto questo lo registro ad un livello assolutamente subliminale. Ho notato altri due occhi, non tatuati ma non meno assurdi. Dell’azzurro più blu che riesca ad immaginare, nonostante due mesi di moana alle spalle.
Mi sottopongono tutti i gioielli creati da Jean-Marc: non ho voglia di acquistare qualcosa appena arrivata, e glielo dico chiaramente. Effettivamente non sono queste le loro intenzioni, sono onesti: desiderano solo impressionarmi. Mi presto volentieri al gioco: adoro i bijoux degli artigiani del posto. Sono conchiglie lavorate in forma di tiki, ossa rimodellate, perle. Passo le mani su tutto, consapevole che ci sono quattro iridi azzurre che mi stanno soppesando tipo “maiale alla fiera”. Siccome le atmosfere sono la chiave della vita, tutto questo non mi urta per nulla. Anche io ho l’abitudine di scannerizzare gli altri esseri umani; le donne per invidia o perfidia, gli uomini per sincero interesse. Mi piace molto questo gioco, e dopo due mesi di foyer des jeunes filles non posso che trovarlo intrigante.
Tra l’altro, ho appena trovato la collana della mia vita. L’unica che potrà rimpiazzare la mano di Fatima che avevo preso in Marocco e da cui mi sono separata solo al momento di partire per la Polinesia. E’ diversa da tutte le altre: rappresenta il guerriero marchesano dalla bocca storta che avevo visto nel petroglifo. Non è ricercata ed elaborata come le altre; ha un aria naif: è la sola che assomigli davvero a qualcosa di profondamente locale. LA VOGLIO. Costa 50 euro, è un osso lavorato a colpi di diamante. Uh, mi piace immensamente. La prendo in mano, mi dice che sarebbe molto bello se vivessimo insieme. JE LE VEUX. MON COLLIER di osso.
Jean-Marc scoppia a ridere per l’ennesima volta. Mi dico che dovrei visitare più spesso gli artigiani che abitano nelle valli sperdute, se porto tutto questo bonheur. C’est Jerome qu’il a fait ça, uhuhahah. Ah, è così che si chiama l’altro paio d’occhi. A differenza di Jean-Marc, che è piuttosto anziano e scalcagnato, questo Jerome, popa’a come me, è giovane e bello. No: è bellissimo. Esattamente il mio genere. Capelli mossi e selvaggi, barba incolta, nessuna imperfezione fisica (ora sono io che gioco a “indovina il peso del porcellino”), mani stupende, voce profonda. Il tipo che potrebbe mettere d’accordo me e tutte le mie incontentabili copines. Jerome si alza, prende la sua collana: non perdiamo mai il contatto visivo (la preda sono io, no?). Viene dietro di me e me la mette al collo.
La collana, ovviamente, è un regalo. Ha un po’ di difficoltà nel metterla al suo posto, dice qualche scemata tipo “sai, ho perso l’abitudine con le donne…sono qui da sei mesi”. Non ci credo nemmeno per un istante (all’habitus perduto), ma va benone. Mi fanno qualche domanda, improvvisamente il mio francese diventa ottimo. Racconto che sono scappata da Ua Huka perché avevo paura di dormire da sola, sicura che Jean Marc avrebbe detto “che peccato che non conoscessi ancora Jerome”. Ridiamo tutti, non so cosa sia successo, ma queste battutacce da camionista in questo contesto appaiano delicate e sagaci, degne di Woody Allen. E’ assolutamente vero che sono le atmosfere a fare la vita. Ci salutiamo, e Jerome mi bacia praticamente sulle labbra. E dice, anziché nana (che può significare: a tra un’ora, a domani, a tra dieci anni, addio), un occidentale e chiarissimo “à plus tard”.
Uh. Verrà davvero? Beh, dallo sguardo che aveva, direi di sì. Perché accidenti avevo i peli sulle gambe?? Non mi ero portata nulla per eliminarli alle Marchesi, visto che tra le mie poche certezze c’era quella che di sicuro non avrei avuto l’occasione di un appuntamento galante, tra Ua Huka e Ua Pou. Incredibilmente, all’incontro con Jerome indossavo i vestiti della festa: delle tre magliette che mi ero portata dietro, indossavo l’unica di decente. E il solo paio di bermuda che avevo, chiaramente (poi c’erano i pantaloncini antistupro, ma questi sono un discorso a parte). Riesaminandomi, mi accorgo che avevo i capelli legati, anziché seducenti chiome libere al vento. Qualcosa mi dice che il popa’a si sarebbe tirato indietro solo se avessi posseduto sei braccia, ma è un po’ triste pensarla così, e non avevo alcuna intenzione di essere triste. D’altronde, non sono assolutamente in cerca di un marito, no? Approfittare della vita, della polinesia, dei soliti venti anni, è più che sufficiente. Com’è bello passare una giornata così, sapendo che alla sera avrai diritto ad un corpo nuovo, con un odore che non conosci, delle espressioni particolari, un tono di voce che conosci appena. Se il tutto avviene a fianco dell’oceano, in un’isola selvaggia e complicata, che puta caso si trova nell’arcipelago più affascinante e misterioso che una popa’a immagini, si sa, fa una certa impressione. La fantasia lavora, e le ore non si incagliano come invece avviene in tutti gli altri pomeriggi tropicali.
Chiacchiere con la figlia di Tea, Tahia, 18 anni: non ha trovato posto al liceo a Tahiti (o qualcosa di simile), e ora non fa nulla, da mattina a sera, in tutta semplicità. Mi terrorizza: alzarsi al mattino e attendere che venga l’ora di dormire, ingannando il tempo con partite di pallavolo e tuffi nell’oceano, mi sembra atroce. Ha intenzione di entrare nell’esercito francese, come fanno in moltissimi qui, per terminare gli studi e girare il mondo. Da me, che detesto questa istituzione, ottiene soltanto approvazione. Un conto è giocare alla pacifista tra un esame e una conferenza; un altro è quando sei costretto a cercare disperatamente qualcosa da fare per riempire il tempo fra un pasto. Non riesco a mimmaginare quale lavoro potrebbe trovare, senza avere completato gli studi. Tra l’altro, appena nata era stata data in adozione ed è vissuta ad Atuona (a Hiva Oa, nella città di Brest e di Gauguin); è rientrata nella sua famiglia biologica a 16 anni, in seguito alla morte della madre adottiva.
Raccogliamo i sassi bizzarri sulla spiaggia (per qualche strano motivo geologico, le pietre di Ua Pou sono ricche di piccoli sedimenti colorati: per questo sono chiamati “sassi fioriti”), passiamo a qualche argomento più leggero (uomini).
E’ arrivata la sera, lei va a una riunione di giocatori di pallavolo, io resto a chiacchierare con suo padre. E’ un uomo molto bello; pieno di tatuaggi molto marchisani e ben fatti. Si lascia fotografare con un certo orgoglio, seduti sul ciglio della strada, mentre mi spiega da che parte tramonterà il sole e quali saranno le prime stelle ad apparire.
Accosta un auto, scende un bel ragazzo popa’a che ringrazia del passaggio, e si siede accanto a noi.
“Non so cosa mi abbia preso questa sera, Tea, ma ho pensato di venirti a trovare”. Ohohoh. I francesi. Mi dispiace tanto tanto tanto per tutte le volte che gli ho dato dei mangiarane. Che mangino quello che gli pare, finchè ci portano nei ristoranti, ci regalano collane; e soprattutto, quello che mi affascina è che sono pieni di spirito di iniziativa. Se hanno voglia di trovarti, te li trovi sotto casa. Fino in capo al mondo.
Rimaniamo a parlare tutti e tre; non manco di notare come sia migliorata la situazione. Anziché in balia di folli che mi vogliono portare a pesca, sono seduta vicino a due uomini davvero belli, che dissertano sui punti cardinali. Jerome, siccome lui è Tarzan e io Jane, prende in mano la mia macchina fotografica e inizia a blaterare qualcosa sui tempi di esposizione. Benissimo, blatero anch’io allora. Avevo già sospettato che avesse qualche anno più di me, ma ora mi accorgo che decisamente non è definibile “garçon”. Normalmente gli uomini sensibilmente più vecchi di me non
mi interessano; non riesco a capire cosa ci trovino alcune mie amiche. Mi piacciono i ventenni, che condividono le mie inquietudini e ingenuità, e hanno una vita ancora tutta da giocare. Ua Pou, però, non è normalmente. Nel bene e nel male.
Celine, la moglie di Tea, ci chiama tutti a cena. E’ ormai buio, e nel salire verso casa, Tarzan prende la mia mano fra le sue. Ma dove le imparano queste cose, i francesi? Ci credo, che non pensano ad altro che alla vita di coppia.
Ceniamo, e sta attentissimo a quello che mangio: mi spiega che non sopporta le ragazze sempre a dieta. Soliti pregiudizi verso le donne snelle, si parte dal presupposto che non si godano la vita. NOI ventenni, tesoro, non abbiamo bisogno di diete.
Se ne va per qualche minuto a parlare di artigiananto con Tea, mentre io ceno con tranci di torta di compleanno e insalata di granchi. Senza maionese, grazie.
Bon, on y va se promener? D’accord. On y va.
Andiamo sulla scogliera, illuminata dalla stelle. Lo sai, Jerome, questa spiaggia è infestata. Che cosa?! Beh, a sentire la ragazza con cui ho parlato oggi, all’incirca tutta l’isola lo è. Faremo attenzione allora. Già, è meglio.
Da quanto tempo sei qui? Sei mesi. E non hai visto altro della Polinesia? No, sono venuto direttamente a Ua Pou, e ho iniziato a lavorare con Jean Marc. Mi ha insegnato a fare i gioielli. Tra tutti quelli che hai visto questa mattina, soltanto due erano miei. E tu hai scelto proprio uno di quelli.
Non cercare la poesia a tutti i costi, Tarzan, è solo che condividiamo lo stesso gusto occidentale. E tu non togliere la poesia a tutti i costi. Magari il mio guerriero ti ha attirata con il suo mana.
Magari. Io però posso fare molte cose con uno sconosciuto, ma non parlare di mana. Allora devio l’argomento su qualcosa di pratico e concreto, come la sua età. L’età non è importante, mi dice. Io, preparata, rispondo che però è interessante. Hai ragione. E tu, quanti anni hai? No, prima tu. L’ho chiesto prima io. Brevissima pausa, in cui decide di essere sincero. Ho gli anni di Cristo, e tu?
La mia età era facile da indovinare, visto che sapeva che ero al terzo anno di università. La sua, credevo 5 o 6 di meno. Sembra molto più giovane degli altri trentenni che ho conosciuto. Effettivamente, ora che l’ho saputo, non me ne frega più niente. L’età non ha nessuna importanza.
Condividiamo frammenti di vita, persone che abbiamo conosciuto, parliamo molto di Polinesia. Della gente di qui. Spesso sono incredibilmente grassi, inizio io. O betes, continua lui. O bevono troppo. Ou les trois. Non è che stiamo generalizzando, che dici. Un po’, è vero. Ad esempio, Tea non è per nulla grasso. Per nulla; continuo io. E’ davvero molto bello, con quei muscoli scolpiti a forza di remare (va al lavoro in piroga, al mattino), con quei tatuaggi perfetti, con quella massa di capelli ondulati. La smetti di descrivermi quanto bello è Tea? Ti ricordo che stai con me in questo momento. Accidenti, quasi dimenticavo. Sono una che si distrae facilmente.
Guardami negli occhi allora.
Concentratissima.
Mi piace dormire abbracciati; credi che possa rimanere a dormire da Tea? Anche a me piace, e sono sicura che Tea non avrebbe nessuna obiezione. Solo che la mia educazione occidentale mi dice che non si può portate un uomo a casa dei propri ospiti, la sera del proprio arrivo. Effettivamente, è coerente come obiezione. Meglio se prendo un pareo e dormiamo à la belle étoile.
In realtà, avevo una fortissima voglia di dormire all’addiaccio, abbracciata al mio nuovo giocattolo che trovo sempre più bello. Soffia un vento caldo (teoricamente, è lo stesso vento che a Ua Huka mi faceva morire di paura), sotto di noi si infrangono sulla riva onde altissime. I suoni sono meravigliosi, e vedo miliardi di costellazioni. Non vedo “molte stelle”: vedo proprio disegni luminosi. Capisco bene perché questi polinesiani erano tra i migliori navigatori del pianeta.
Infilo questa notte nel “carnet dei momenti per i quali vale la pena di sopportare la vita”.
Jerome si addormenta facilmente, come tutti i Tarzan del mondo. Ogni tanto si semisveglia e mi abbraccia. Io naturalmente non riuscirei mai a prendere sonno in condizioni simili; e oltre a tutto voglio godermi ogni istante di onde scroscianti/vento/fusa sulla sua spalla.
Verso le quattro, lo sveglio e gli propongo di andare a finire di dormire sulla veranda di Tea. Tra l’altro, ci aveva lasciato una stuoia e una coperta, a questo scopo. Ci incamminiamo scalzi e abbracciati stretti, e così finisce la notte. Lo sento che si stringe a me un’ultima volta, sfiorando il suo gioiello di ossa. Oh beh, ex suo. Adesso è MIO.
Sento che si alza per andarsene; fingo di dormire. Faccio uno sforzo sovrumano per non dire nulla. Ma quanta forza occorre, per vivere! Meglio tacere che dirsi addio, la pensiamo allo stesso modo. Lo guardo andarsene alle prime luci, per percorrere i 7 chilometri che lo separano da casa di Jean Marc. E’ un po’duro lasciarsi per sempre, e un po’ bello. Appena esce dalla mia portata visiva, vado a dormire dentro la casa di Tea.
Oh. Ora si’ che si fa dodo.
Sei stato gentile, Te Arua. Ora le Marchesi mi piacciono da morire. Ora non sono più torva, cupa, impaurita; non mi sfuggono più le atmosfere, e non ho intenzione di perdere nemmeno un filo di avventura. Quello che è successo nei giorni precedenti, mi fa ridere: mi pare di essere la caricatura della bianca CIVILE nel pentolone dei cannibali. Uh, è ora di eliminare i sandali, regalare le riviste a qualche ragazza, chiacchierare con tutti quelli che incontro. Parlo con ragazzine incinte, donne depresse, pescatori impassibili, un altro francese coraggioso.
Ragazzine incinte: a 18 anni, Nelly ha una bambina di tre e un altro bebé è in arrivo tra pochi mesi. Sono figli di due padri diversi, e nessuno dei due ha intenzione di riconoscere i bambini. Non sto a parlarle di test del DNA, naturalmente. Mi dice che entrambi negano di averla messa incinta; e sua sorella, di 15 anni, si trova nella stessa situazione. Mi spiega con un’incredibile nonchalance che le capitava spesso di fare l’amore ubriaca o sotto l’effetto della pakalolo (marijuana locale), et comment ça, on y tombe enceinte. Oh. Comment ça, già.
La tristezza delle isole, ne ho già sentito parlare. Effettivamente non serve un premio nobel per accorgersene. La gente ottiene di che vivere lavorando qualche ora nelle piantagioni di noni, il frutto miracoloso che in America va tanto di moda, per le sue proprietà anti invecchiamento. Poi non resta proprio nulla da fare. Se a Sartre, in queste condizioni, veniva la nausea, è facile immaginare cosa prende a Nelly. Le isole sono dei luoghi da favola, natura incontaminata, villaggi accoglienti, paesaggi come non ve ne sono di uguali. Ma il tempo è vischioso, impietoso, si blocca nei momenti meno opportuni, e alle ragazze davvero non riesce di dargli uno scossone.
Pescatori impassibili: ne ho visti moltissimi, ma il massimo del fascino naturalmente è raggiunto da Tea. Tea, che parte in piroga sotto il diluvio universale, per andare a pescare quel favoloso tonno che abbiamo divorato per pranzo. Si siede forte e dritto, e rema con l’espressione di Buddha. Poi rientra, tutto bagnato, e comincia a lavorare ai suoi gioielli. La vita dell’artista! Sospira. E allora, chiede, come è andata la tua chiacchierata con Jerome? E’ andata bene, grazie. Mi piace molto, Jerome, mi dice. E’ giovane e ha moltissime idee. Giovane, non direi, rispondo io. Beh, continua, di sicuro più giovane di me. Secondo sospiro. Di solo 9 anni, Tea, lo tranquillizzo. Ah si’? Oh bene, non sono vecchio, allora. Non direi proprio. Merci beaucoup.
Francesi coraggiosi: ce ne sono tanti, a Ua Pou (beh, 5 o 6). Parlo con un pensionato dell’esercito, che ha sposato una donna di Haakuti molto più giovane di lui. I francesi non turisti mi piacciono
molto. Questo è bretone, e sta per trasferirsi definitivamente qui, per seguire la moglie che lo comanda a bacchetta. Lui ne è chiaramente felice, sono entrambi simpatici. Ha girato tutto il mondo, poi si è fermato in Polinesia. Gli dico che io ho girato molto meno, ma non so se mi fermerei volentieri qui. Per via del tempo vischioso. E anche la gente, sono fantastici e gentili, ma non sopporto il fatto che accettino tutto quanto. Già, mi dice lui: sono incredibilmente fatalisti. Io mi lamento, come sempre, dei trasporti nelle isole della società; lui vede nella sanità il problema principale. Lo sai, in quest’isola non esiste un medico. CHE COOOSA?? Sì, c’è un centro medico, ma vi lavorano solo un paio di infermieri. I salari non erano abbastanza alti, e nessuno ha intenzione di lavorare qui. Quando gli ultimi medici se ne sono andati, Tahiti non ha fatto nulla per impedirlo. A Tahiti non interessa assolutamente nulla delle isole. Un ragazzo la settimana scorsa ha avuto una peritonite, l’elicottero è in panne, e si è fatto un’ora e mezza di catamarano sul mare agitatissimo per arrivare a Nuku Hiva. Almeno li’ c’è una clinica, dico io. E’ vero: ma qualche tempo fa io ho avuto bisogno di un intervento al ginocchio, perché ci era caduto sopra un masso; sono arrivato a Taiohae, nella sala operatoria, e il chirurgo non poteva operare perché era ubriaco.
Ho voglia di passare qualche giorno anche Akahau, il più grande villaggio dell’isola. Sarò ospitata dalla sorella di Tea, Rosie, sposata ad un popa’a: anche lui è un pensionato dell’esercito francese. E’ alsaziano, e ha un modo di fare più tedesco che francese; nell’insieme è buffo e simpatico. Tra lui e la moglie ci sono 26 anni di differenza; altro che le mie paranoie “i ventenni e i trentenni”. Vedo che si intendono benissimo, alla sera fanno perfino la doccia insieme.
Hanno una bella casa, non incredibile come quella di Tea (che era praticamente una palafitta sull’oceano, quello stile che i resort lussuosissimi cercano di imitare, tralasciando elementi trés local come il bagno-buco-in giardino), ma decisamente più pratica. I loro due figli, che strano, sono in Francia… nell’esercito. Sono partiti da pochi mesi, entrambi, e sono felicissimi di avermi fra loro. Facciamo lunghissime chiacchierate, mangiamo bene e molto, io gli preparo gli spaghetti alla bolognese: per la sera successiva, mi chiedono LA PIZZA. E va bene, sarà fatto. Emmenthal anziché mozzarella, mais ça va nel complesso. E’ una tavola stupenda quella che abbiamo preparato; un’indimenticabile cena a base di pizza e poisson cru. Sento i miei ospiti commentare tra loro: “adoro guardarla mentre cucina; fa tutto così in fretta!”
Una mattina sto passeggiando per fotografare le piante di Tiare, quando incontro DUE TURISTI. Hanno l’aria troppo a loro agio, e infatti mi spiegano che sono stati gli ultimi due medici di Ua Pou. Sono due uomini francesi vicini ai 40 anni, e andiamo insieme a fare una camminata fino alla baia vicina. Nel frattempo, mi raccontano che entrambi hanno passato un paio d’anni qui e sono venuti a ritrovare gli amici. Si erano integrati molto bene, anche se non sarebbero rimasti a lungo in ogni caso perché la vita lì era davvero dura, specialmente per le loro mogli. Quando uso l’espressione vita culturale, ridono forte. C’era un museo, chiuso, perché nessuno vuole lavorarci; c’era una biblioteca, identica sorte. Ma se è pieno di giovani che non hanno nulla da fare! Esclamo io. Perché non vengono a lavorare al museo e alla biblioteca, considerato che il patrimonio culturale delle isole Marchesi è il più vasto fra i 5 arcipelaghi?! The answer is blowing in the wind… Che Bob Dylan sia passato da Ua Pou? E forse il vento soffia troppo forte perché si distinguano le parole.
La spiaggia è stupenda, deserta, sabbia bianca, picchi lavici neri, oceano blu. Ma i salari dei medici, erano davvero così bassi? Mi spiegano che guadagnavano quanto gli inservienti impiegati nel nettoyage. In effetti, capisco. Ma non è possibile che Tahiti non faccia nulla!! Non si puo’ lasciare un’isola senza medici! Non è la sola, mi spiegano. Idem per Ua Huka e forse per altre…
Ma perché la gente non protesta?
Cosa pensi che potrebbero fare?
Che ne so, la grève!
La grève du quoi?!
Noi andiamo a mangiare a questo ristorante; unisciti, dai! Mi spiace, Paul e Rosie mi aspettano a mezzogiorno. I francesi. Loro sì che capiscono le donne. Vanno ben nutrite.
Te Arua: “Non hai nulla da dirmi?”
Laura: “Non trovo le parole.”
T.A: “Allora cerca meglio.”
L: “E’ stato un viaggio molto bello, ti ringrazio”
T.A: “Mi stai deprimendo”
L: “A momenti mi trasformavi in un incrocio tra Oriana Fallaci e Pretty Woman; mi hai fornito un uomo meraviglioso ma assolutamente non adatto alla vita quotidiana; mi hai fatto scorrere davanti agli occhi tutta la mia vita sul twin otter e sul fuoristrada incagliato…”
T.A:”E ti è piaciuto, il film che hai visto?”
L: “Moltissimo. Grazie”
T.A:”Così va meglio.”
L: “Ho capito tante cose, e non tutte mi piacciono”
T.A: “Ne riparleremo. Continua a mangiare senza maionese.”
L: “Continuerò. Nana?”
T.A: “A plus tard.”
L : « sadico »
T.A : « ahahaha »

di Laura Frassetto

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