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Credo che il mondo si capisca meglio osservandolo negli spigoli, non nel centro.
Il centro è ben illuminato, definito, chiaro.
Negli spigoli si accumula la polvere, non c'è tanta luce e si fa fatica ad arrivarci.
La maggioranza delle genti del pianeta vive negli spigoli.

Lì voglio andare.
Per capire.

BIENVENIDOS
Plaza de Mayo, Buenos Aires

Scrivo da una delle piazze più ricche di storia di questo paese. L'impatto è stato duro, durissimo. Ho difficoltà con la lingua: io parlo Spagnolo, ma qui la pronuncia è molto diversa. Mi abituerò.
La miseria sono le montagne di immondizia ai bordi delle strade, i cartoneros che frugano tra i rifiuti, i magrissimi cani randagi, i taxi scassati, i volti amareggiati della gente. Mi abituerò.
Ma è decadenza, non povertà: il passato glorioso dell'Argentina si vede, è nelle dimensioni monumentali dei palazzi e delle piazze.
Le facce in giro spaventano, soprattutto di notte, ma, superata la prima impressione, le persone sono molto solari e amichevoli.
Abito a San Telmo, il quartiere bohèmien, pieno di negozi di antiquariato e di locali notturni che hanno un calore e un'atmosfera sudamericana, cioè confusione e risate. Ovunque ci sono ristoranti con parrillas, griglie enormi dove fino a notte fonda si cucina carne, mentre fuori vagano disgraziati in cerca di qualcosa tra la spazzatura.
È una miescla di Vucciria più Ballarò con un pizzico di Monmartre.
Palermo (che dà il nome al barrio più chic della città) e Parigi sono città importanti per capire Buenos Aires: gli immigrati italiani sono la comunità, assieme a quella spagnola, più rilevante del paese; i porteños (gli abitanti della capitale) hanno dentro la grandeur sciovinista che si incontra in Francia.
Palermo e Parigi: due città straniere e lontane.
Gli Argentini si sentono così: stranieri in patria, lontani dall'Europa, cioè dal luogo da cui provengono. Tante volte nel corso del mio viaggio, parlando con "Argentini", mi sentirò dire:
"Sei Italiano? Anch'io. Ho il doppio passaporto", loro entusiastica apertura di discorso.
"Di dove?", mia lecita domanda.
"Non lo so, non ne ho idea", rassegnata chiusura del loro discorso.
Non possono sentirsi né in America Latina, né in Europa. Sanno da dove vengono, ma non dove sono, né dove stanno per andare.

A volte, anche noi assomigliamo a questo paese.
Tutti attraversiamo fasi della vita in cui stiamo bene e poi, improvvisamente, tutto ci crolla addosso e non sappiamo che fare.
Fa freddo e c'è la nebbia: anche noi dentro siamo così quando siamo tristi.

Si viaggia tanto nello spazio, ma il viaggio più importante da fare è sempre quello dentro di noi.

NON TIEMBLA, LATA
Punta del Diablo

Dovrei scrivere dell'Uruguay dato che da qualche giorno sono a Punta del Diablo, un paesino di pescatori a quattro ore di bus da Montevideo, privo di asfalto, luce, gas, ma con l'immensità dell'oceano davanti.
In realtà, non ho voglia di fare nulla perché sto vivendo la sensazione descritta da Chatwin del: "ma che ci faccio qui?". Godo del piacere di perdermi in un paese quasi disabitato (circa 3 milioni di abitanti in tutto lo Stato, di cui quasi la metà vive nella capitale), pieno di pascoli, colline verdi (sembra la terra degli Hobbit) e spiagge immense e deserte.

Dieci giorni prima di arrivare a queste quattro capanne uruguayane, a Buenos Aires sono stato allo stadio La Bombonera a vedere Boca-Gremio (3-0), la finale di Coppa Libertadores. È stata una corrida, non una partita di calcio. Il toro da matar era -ovviamente- l'avversario. Ogni volta che un calciatore del Gremio calciava un corner e quindi si avvicinava a bordo campo, la polizia lo proteggeva con gli scudi. In caso contrario, la gente dagli spalti l'avrebbe riempito di sputi e sassate.
Tutti urlavano e saltavano, tanto da muovere lo stadio: si dice che la Bombonera "non tiembla, lata". Lo stadio non è solo un cumulo di ferro e cemento che tiembla. La passione lo fa muovere: lata, quindi vive.
Alcuni ragazzi che ho conosciuto mi hanno permesso di montare un loro striscione: un vero onore, concesso da un hincha argentino a un ultras italiano.
Yo estuve a la Bombonera, io c'ero.
Eppure, non sono riuscito a esultare. Era la loro festa, non la mia: tutti, dopo la partita, sono andati a festeggiare sotto l'obelisco di Avenida 9 de Julio.
Io sono andato a letto.

Il giorno successivo ho preso un traghetto per attraversare il Rio de la Plata color leone (così lo descriveva Borges) e, dopo poche ore di bus, sono arrivato a Montevideo.
Tutti me la descrivevano come una città ricca .
Passeggiando, invece, si incontra ovunque la versione uruguayana dei cartoneros: cercatori di rifiuti, che sperano di trovare cibo, materiali utili e qualcosa da rivendere. Qui, però, diversamente dai loro colleghi porteños dell'altra sponda del fiume, girano con carretti trainati da cavalli.
Fino a pochi anni fa, la gente sgranava gli occhi quando vedeva i cavalli e i mendicanti, poi tutti si sono abituati e nessuno ormai si stupisce più.
La miseria dà assuefazione, ma di due tipi.
Per chi ha i soldi, ci sono solo paura e disinteresse.
Per chi non ha niente, invece, c'è il paco, una droga mortale e molto economica: è uno scarto chimico della lavorazione della cocaina.
Lo fumi un paio di volte e ti dà dipendenza.
Lo fumi per un paio di mesi e ti uccide.
È la droga dei disperati, di chi non ha nulla da perdere.
Loro hanno solo il paco.
Loro sono il paco.
Hanno lo stesso valore della sostanza che li ucciderà. Hanno la sua stessa consistenza: sono sub-umani, ectoplasmi fatti di fumo. Fanno la stessa cosa: rubano vita. Il paco uccide e spesso anche questa gente lo fa.
Dai racconti, Montevideo avrebbe dovuto essere una città molto tranquilla, quasi anestetizzata, ma in realtà di notte è pericolosa: sono bastati pochi centesimi, quelli necessari a comprare il paco, per rovinare quella che era considerata la "Svizzera" del Sudamerica.

Ora che ho lasciato Montevideo e scrivo con un tramonto oceanico alle mie spalle, mi rendo conto di essere confuso (e questo cane non sta certo aiutando la mia concentrazione: abbaia proprio sotto il tavolaccio di legno dove sto scrivendo, con l'unico computer dotato di generatore elettrico di tutto il paese).
Cosa voglio dire?
Contano le sensazioni, non i luoghi.
Le persone che incontriamo, non quello che facciamo.
Come guardiamo il mondo, qualsiasi parte del mondo.
Possiamo essere in una festa, ma tristi.
Possiamo essere in una città tranquilla, ma avere paura.
Possiamo essere di fronte alla cosa più grande del mondo, l'oceano, ma volere una cosa minuscola.

La vita non tiembla, lata.
(tiembla: trema;
lata: batte, inteso come battito del cuore).
Mi manca Bologna.

Vicino alla mia capanna c'è un ristorante (in realtà è solo una baracca) che si chiama "El Viejo Y El Mar": il proprietario si chiama Ernesto e assomiglia moltissimo a Hemingway. Devo ancora decidere se questa cosa tiembla o lata.

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