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ESPERAMOS
Mendoza
L'ultima
volta ho scritto da un paesino uruguayano sull'oceano, e ora invece
sono in Argentina, ai piedi della montagna più alta di tutte
le Americhe, l'Aconcagua, quasi 7000 metri.
Non ho intenzione di descrivere Mendoza: è una moderna città
pulita, tranquilla, con un bel parco e non suscita in me particolari
riflessioni. Voglio raccontare, invece, cosa mi è successo
a Buenos Aires prima di farmi le interminabili 14 ore di pullman
(più altre 2 per riparare il motore che si è guastato
nel cuore della notte) necessarie per arrivare fin qui.
Passeggiavo lungo Calle Florida, l'affollatissima via dove tutti
i porteños ricchi si mettono in mostra e comprano le marche
europee più di moda.
Comprano, quindi esistono.
Di fronte alla Galeria Florida, il più lussuoso centro commerciale
della città, ricavato in un elegante palazzo coloniale, si
ammucchiano per mendicare tutti gli storpi, i monchi, gli sfigurati
e i paralitici di Buenos Aires.
Anche loro si mettono in mostra.
Anche loro esistono.
Nel palazzo opposto alla Galeria Florida si nasconde una labirintica
galleria d'arte, posta su più piani, che si vanta di essere
la più grande del mondo . Si prende un ascensore e ci si
trova in cunicoli zeppi di croste che si vogliono spacciare per
arte.
È un luogo soffocante e bulimico, come i negozi di moda incastonati
nel palazzo di fronte. Signorine, nascoste dietro le croste più
grandi, sono sempre pronte a prendere le ordinazioni dei clienti:
qui l'arte si compra all'ingrosso.
Quante opere ci hanno lasciato Giotto, Raffaello, Leonardo e altri
geni dell'arte?
Poche decine.
Eppure ancora oggi li osanniamo.
L'arte non ha bisogno della quantità.
Il consumo, sì.
Sfiancato da queste riflessioni filosofiche ispirate dalle lunghe
passeggiate nei meandri tortuosi delle gallerie commerciali e d'arte,
sono sceso nuovamente in strada per tornare a casa.
Il fiume di persone che è Calle Florida sfocia in Avenida
de Mayo vicino all'omonima Plaza. Ho voltato a sinistra verso la
piazza.
Era giovedì.
Ho incontrato le madri di Plaza de Mayo.
Sono lì, coi loro pañuelos blancos in testa, ogni
settimana per ricordare al mondo dello shopping che i loro figli
sono desaparecidos: i loro ragazzi durante il regime furono rapiti,
torturati e buttati in mare dagli aerei al largo di Mar del Plata.
Non si sa più niente di loro, da allora.
"Da quanto aspetta suo figlio?", ho chiesto a una di loro.
"Da 30 anni", mi ha risposto.
"Quanti anni aveva quando l'hanno preso?".
"22 lui, 21 la sua ragazza".
Mi fissava negli occhi mentre mi rispondeva.
Non le ho chiesto perché aspettano.
Sarebbe stato come dirle: "Ma chi ti ostini ad aspettare? Che
senso ha? Tuo figlio è morto, non tornerà mai più".
Non mi sembrava il caso.
In realtà, penso di comprendere quello che fanno: aspettare
chi si ama ha sempre senso, anche se sembra follia pura.
Chi è vittima di un gesto orrendo ha una dignità che
chi lo compie non avrà mai.
Forse tutti noi abbiamo aspettato o stiamo aspettando una persona
amata, che probabilmente non tornerà mai.
Facciamolo, non sembreremo ridicoli.
Mendoza
è la capitale del vino: detiene oltre l'80% della produzione
vinicola del paese. Aspettare con in mano un bicchiere di vino allevia
la nostalgia.
Salud.
CASTILLANO
Sul pullman verso Cordoba
Tra
tredici ore questo pullman in partenza da Mendoza e che sicuramente
si romperà nel cuore della notte, mi porterà a Cordoba.
Immagino che la Cordoba spagnola sia completamente diversa dalla
Cordoba argentina: quella in Andalusia è sonnolenta e araba,
questa in Sudamerica sarà caotica (ha un milione e mezzo
di abitanti) e inquinata.
Le guide celebrano lo stile colonial dei palazzi della Cordoba argentina.
Qualcosa allora accomuna le due Cordoba: la dominazione spagnola.
Stesso conquistador.
Stesso sangue.
Con lo sterminio dei Mori musulmani in Andalusia e, successivamente,
dei nativos in America, l'impero spagnolo divenne tanto vasto che
l'imperatore Carlo V dichiarò: "Sul mio regno non tramonta
mai il sole". Gli Spagnoli imposero in tutti i paesi conquistati
il loro modello di società (spocchiosi signorotti proprietari
di latifondi, coltivati da peones morti di fame) e la loro urbanistica:
in pochi metri sorgono il cabildo (l'edificio che in tutte le piazze
della penisola iberica si chiama Ayuntamiento), ovvero il municipio;
la prefectura, cioè la stazione di polizia; l'iglesia, concludendo
così il triangolo governo-controllo-cattolicesimo.
Stesse piazze.
Si controlla meglio qualcosa che si conosce.
Fuori dal finestrino è notte fonda, e sto guardando le mappe
delle città dove sono stato e dove andrò. L'impianto
urbanistico spagnolo è a tal punto assimilato che lo si può
osservare non solo in città coloniali come Cordoba, ma anche
in villaggi sconosciuti e minuscoli come Rocha, una sperduta cittadina
sulla costa uruguayana. Forse sono solo stanchezza e mal di schiena
a suscitarmi strani pensieri, o forse il colonialismo è davvero
viaggiare per trovarsi sempre nello stesso luogo, rassicurante e
controllabile; un modo per trasformare tutto il mondo, rendendolo
più simile a casa.
Questo viaggio non finisce mai.
Sia il mio su questo pullman, sia quello del colonialismo su questo
pianeta.
Il
mio vicino di asiento sta parlando ad alta voce al cellulare, come
sempre succede in Sudamerica, in Andalusia e a Bologna. Ormai albeggia
e ho tanto sonno, ma devo ascoltarlo: domani andrà dall'avvocato,
però non capisco perché.
Ho appena elencato alcune similarità tra la Spagna, la terra
dei conquistatori, e il Sudamerica, la terra dei conquistati: la
storia sanguinosa, la società, l'urbanistica.
La lingua però è diversa.
Il viaggio mi insegna che ci sono somiglianze laddove non me le
aspettavo, ma anche inaspettate diversità. La realtà
mi sorprende sempre.
Ufficialmente in Argentina e in tanti altri paesi sudamericani si
parla Spagnolo, ma la gente qui lo chiama Castillano: la pronuncia
a cui mi sono dovuto abituare in fretta quando sono arrivato, è
molto diversa.
Le lingue parlate dai nativos hanno influenzato lo spagnolo: gli
Argentini pronunciano, per esempio, la "ll" come "j",
non come "gli".
I conquistati hanno corrotto la lingua dei conquistatori.
Anche
il motore del pullman si è corrotto: sono arrivato con le
solite due ore di ritardo.
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