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CERVEZA PARA TODOS
Cordoba

All'inizio questa città non mi piaceva affatto. È caotica, disadorna e inquinata come Buenos Aires. Ho pure mangiato malissimo, per la prima volta da quando sono in Sudamerica: una milanesa napolitana (una cotoletta con sopra mozzarella e passata di pomodoro) unta e durissima.
Solo dopo tanto girovagare e tanta fatica (la città è molto grande e la cotoletta molto indigesta), sono finito nella zona universitaria, la cosiddetta "manzana jesuitica", dove c'è una chiesa che probabilmente è l'edificio più bello che abbia visto finora: all'interno è buia e ricolma di oro, all'esterno è un labirinto di chiostri e giardini nascosti, dove tutto è luminoso e marmoreo.
In realtà, però, cosa giudico bello? Ovviamente, la parte di città che più assomiglia all'Italia o all'Europa. Quella monumentale, con l'architettura e la storia. Gira e rigira finiamo sempre col cercare ciò che già conosciamo.
Spesso il turismo è così: si fanno tanti chilometri per andare a vedere, in luoghi geograficamente collocati lontano da casa, quanto di più simile c'è a casa nostra. Un paese finisce così per "vendere" ciò che il turista vuole: basti pensare alla Grecia, che ormai è una provincia inglese . Presto tutti i luoghi si assomiglieranno e il turista si sposterà per andare in capo al mondo a vedere piramidi, monumenti, grattacieli e per bere birra di una marca diversa, ma pur sempre birra.
Il viaggio non è geografia.
È qualcosa di intimo, persino di filosofico.
In viaggio siamo disposti a pazientare e faticare per scoprire cosa c'è di bello dietro l'angolo. Devo aspettare 20 ore di pullman per vedere un po' per volta la pampa diventare Ande e poi foresta; 20 ore perché l'Argentina diventi fuori dal finestrino Brasile, perché l'Uruguay diventi Buenos Aires.
Viaggiare è sudore e coraggio.
A Bologna o in qualunque altro posto che chiamiamo "casa" abbiamo smesso di aver voglia di scoprire, di conoscere l'altro.
Perché?
Forse corriamo troppo e, ogni volta che ci fermiamo, l'altro è inesorabilmente uno sconosciuto da temere o da ignorare.
Cosa pretendiamo dall'altro?
Vogliamo che sia diverso da noi, solo quando siamo armati di macchina fotografica e cerchiamo scatti di cui vantarci quando la vacanza sarà finita.
Al contrario, esigiamo che sia identico a noi, quando l'altro arriva a casa nostra.
Tutti hanno il diritto di essere come sono, semplicemente.
Dobbiamo accettare che l'altro sia altro, non sarà mai totalmente come lo vogliamo.
Questo fa dell'incontro uno stupore.

Fermiamoci.
Parliamo.
Non cerchiamo la stessa birra in tutto il mondo.

Stasera nel mio ostello c'è una festa a base di asado e Quilmes, la birra argentina.

KURT COBAIN NEL POZZO
Quebrada de Humahuaca, Tilcara, Purmamarca

A volte posso scrivere da un dove. Stavolta scrivo da un quando.
Sono poco a sud del Tropico del Capricorno, sulle Ande tra i 2500 e i 3000 m, tra Bolivia e Argentina.
Pueblos dai nomi antichi.
Strade non asfaltate, case di sassi, sole e polvere.
Che importa il dove?
Potrebbe essere uno qualunque dei posti elencati nel titolo.
Si assomigliano tutti.
Qui è il tempo che conta.
È il sole che decide. Quando batte a ovest, permette di vedere il Cerro de los 7 Colores (una collina rocciosa che ha striature di 7 colori, anche se ora divampa una furiosa polemica con chi sostiene che i colori siano 12, 13 o addirittura 15). Se batte a est, permette di vedere la Pucara, le rovine molto ben conservate di un pueblo fortificato, che assomiglia a una Macchu Picchu in miniatura. I paesaggi sono quelli di Willy il Coyote: montagne, canyon rossi e cactus enormi che sembrano uomini.
Il tempo qui non scorre. I luoghi sono uguali da millenni.
La faccia delle persone native è sempre uguale.
Sull'autobus diretto a Humahuaca sedevo vicino a una strega Bacheca (quella di Braccio di Ferro) molto scura, con tante rughe e una treccia lunghissima. Non sapeva leggere e ho dovuto dirle io qual era il suo asiento scritto sul biglietto.
La modernità in lei non esisteva.
Il quando è importante.

A Purmamarca, vago alla ricerca della fermata dell'autobus. Passo vicino ad alcuni muratori: stanno ascoltando Bob Marley. L'autobus arriva con grande puntualità, sollevando la solita nuvola di polvere, mentre Bob canta Buffalo Soldiers. Dopo pochi minuti di viaggio, scendo e vado a passeggiare per il mercato di Tilcara. È il luogo da cartolina fuori dal tempo, uguale a come tutti immaginiamo un mercato andino.
Un ragazzo ascolta i Nirvana.
Mi siedo e ascolto assieme a lui.
È un momento meraviglioso.
Ammetto che può essere una conseguenza del marketing o della globalizzazione, ma sapere che un ragazzo nativo ascolti proprio i Nirvana, il mio gruppo adolescenziale, a cui mi sento tuttora legato, mi dà un senso di pace. Io e questo ragazzo condividiamo qualcosa.
Il dove non conta. Forse anche il quando non è importante.

Siamo esseri umani e c'è qualcosa che ci accomuna tutti.

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