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Quebrada de Calchiaquies, Cachi

La strada per arrivare a Cachi è sterrata, costeggia strapiombi senza parapetto, ed è battuta da folate improvvise di vento.
Ho mal di schiena per la cavalcata del giorno precedente ma, soprattutto, soffro di vertigini.
La mia guida mi rassicura raccontandomi di un suo incidente per guida in stato di ebbrezza. "Avevo un tasso alcolemico di 3.8. Sai, 4 è coma etilico", ride soddisfatto.
"Ma ho dovuto pagare una multa. 3 pesos", e fa segno di tre con le dita.
Meno di un euro.
Stavolta ridiamo entrambi.
Al di là di questa istigazione all'alcolismo, mi racconta cose molto interessanti sulle popolazioni indigene.
Secondo lui, la storia dei nativos è storia di genocidio.
I colonizzatori spagnoli, i conquistadores, rappresentanti della cultura e civiltà europea, hanno sistematicamente massacrato in nome della fame d'oro le popolazioni native. Culture intere sono ormai totalmente estinte.
Dove vivono oggi i pochi nativos rimasti?
Oltre i 3000 m, sulle Ande più sperdute: nel nord ovest argentino, in Bolivia, Perù, Ecuador. Tutte zone poverissime. Sono posti da sogno per un turista che vuole fare splendide foto, ma dove la vita per chi ci abita è difficile. È come se i bianchi, discendenti di quei conquistadores che tanto sangue hanno sparso, dicessero: "Nativos, siete molto pittoreschi, però rintanatevi lassù lontano da noi".
Non si può neppure pronunciare la parola genocidio, oggi.
Ma cos'è allora?
In certe zone della Bolivia a 22 anni si muore.

Ho scoperto che qualche indigeno ama come me i Nirvana, ma in giro per le Ande ho trovato segnali ben più importanti che mi fanno interrogare sulla presunta diversità dei popoli.
Il carnevale andino ha caratteristiche in comune con quello latino:

- l'elemento sessuale è molto spiccato: le donne sono afferrate per i capelli dai futuri mariti (un ratto delle Sabine d'alta quota);
- come nei fescennini latini, si assiste a un rovesciamento dei ruoli sociali e anche le regole di civile convivenza consolidate si interrompono. Tutto o quasi diventa lecito: si diffonde un'ubriachezza "dionisiaca", per giorni non si dorme, le uniche attività sono mangiare e ubriacarsi;
- si svolgono i rituali per la pachamama (l'onnipresente, in tutte le culture mondiali, "Madre Terra") per avere raccolti abbondanti.

Nel museo di Cachi si possono ammirare pitture rupestri del tutto simili a quelle che ci sono in Valcamonica, in Francia, in Nordafrica. Gli omini stilizzati sono ritratti mentre svolgono le consuete attività dell'uomo: coltivare, allevare, cacciare. I vasi, le frecce, gli utensili, i gioielli esposti sono identici a quelli ritrovati in altre parti del mondo. A pensarci bene, ancora oggi la cultura dell'immagine è simile in tutto il mondo: il Grande Fratello spopola nelle televisioni di tutti i paesi in cui sono stato, ovunque ci sono i divi del cinema e le rockstar. Gli oggetti della modernità sono anch'essi molto simili: le automobili possono essere lussuose in Europa o di poco valore in Sudamerica, ma tra mille anni saranno tutte carcasse che si assomiglieranno, come si assomigliano le punte di freccia dei popoli antichi di tutto il mondo.
A pochi chilometri da Cachi, c'è il pueblo di Payogasta, ovvero, in lingua nativa: "pelle chiara". Furono gli Inca a chiamare così questo posto. Gli abitanti avevano pelle bianca e occhi azzurri.
Ci sono dialetti parlati da certe popolazioni africane che contengono parole quechua, la lingua dei nativi andini.
Al di là di queste consonanze antropologiche, anche la genetica fornisce qualche prova sulla vicinanza dei continenti e quindi dei loro popoli. Siamo abituati a pensare che dal "Vecchio Mondo", in epoca primordiale, sia partita la colonizzazione del "Nuovo Mondo". In realtà, animali come cammello e dromedario discendono dal lama e dal guanaco, non viceversa. Ciò significa che qualcosa tornava indietro, dal "Nuovo Mondo" a quello Vecchio.
Ci sono molte teorie riguardanti il presunto interscambio di popolazioni, flora, fauna, culture tra i continenti. La maggior parte di esse è fantascienza, neanche troppo originale: spesso si ricorre al consueto mito di Atlantide oppure ai soliti extraterrestri. Anche tutto ciò che ho visto, sentito e riferito non basta certo a rivoluzionare la storia dell'umanità, né questa è la mia ambizione.
Mi stimola solo una riflessione su chi noi consideriamo essere l'altro.
Cosa rende queste popolazioni tanto diverse da noi?
Sono povere.
Vivono una vita durissima in case di pietra ancora molto simili a quelle che ho ammirato alla Pucara. Possiedono poche e semplici cose: una sacca, pentolame, qualche vestito. Si muovono a cavallo o a piedi.
Il paradosso è che noi abbiamo gettato qui, dove nessuno può consumare, gli scarti dei nostri consumi: cartelloni sfasciati della Coca-Cola, copertoni bruciacchiati e carcasse di auto abbandonate per strada. Ecco cosa stride davvero in questi come tutti i villaggi del Terzo Mondo: il cadavere del consumismo.
La loro povertà è evidenziata dalla nostra immondizia.
Sono primitive, ma possiedono cultura e capacità tecniche.
Il lama a 4000 metri è un mezzo molto più tecnologico dei tanti camion che ho visto fermi per ogni sorta di guasto o perché senza carburante. Gli Inca, centinaia di anni fa, hanno costruito una strada di 14 km, perfettamente dritta (o quasi: c'è uno scarto di ben 0.2 punti percentuali sull'asse), a oltre 3000 m aiutandosi probabilmente solo con le stelle .
Masticano foglie di coca, vasodilatatori naturali che nulla hanno a che fare con la famosa e tanto di moda polverina bianca che noi moderni occidentali sniffiamo. Per fare un grammo di cocaina occorre un procedimento chimico attraverso il quale si deve estrarre il principio attivo da almeno 12 kg di foglie. I nativos masticano poche foglie alla volta, quindi la tossicità è nulla.
In sintesi, questi uomini sono poveri, primitivi e masticatori di coca.
Diversi.
Nessun turista che ho incontrato ha dimostrato un vero interesse per queste comunità. Sono soggetti per le foto e per i racconti delle vacanze, non persone.
Nessuno parla con chi è diverso.

Dopo un sontuoso pranzo a base di capretto, lascio Cachi.
Per tornare a Salta, dove ho trovato alloggio, si deve attraversare un deserto d'altura. È un luogo straniante come un film di Herzog, mistico e allucinogeno come una canzone di Jim Morrison: si vedono solo eserciti di cactus, circondati da montagne rosso fuoco. L'unica traccia umana è la strada Inca di cui ho parlato: sembra arrivare dal nulla, sembra andare da nessuna parte.
Proprio qui faccio una chiacchierata con un turista israeliano.
"Com'è la situazione da te?", gli chiedo.
"Il presidente ha molestato una ragazza...", mi risponde con prontezza.
"Ok, lo so. Intendevo dire... come va coi palestinesi?", specifico, stupito.
"Perché devono stare lì? Quella è l'unica terra che abbiamo. Io penso che debbano andarsene", sentenzia senza esitazioni, senza dubbi.

Nativos e Conquistadores.
Palestinesi e Israeliani.
Diversi. Altri.
Non è mia intenzione accostare ciò che succede in Israele con la storia dei popoli andini.
La mancanza di interesse per l'altro, per le sue ragioni, i suoi bisogni, e l'arrogante pretesa di essere gli unici ad essere nel giusto, però, mi sembrano identiche.

La famosa rana dentro il pozzo che guarda il cielo ha molta compagnia là sotto.

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