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ADIOS
Buenos Aires, Avenida San Juan

È successo ieri sera.

Qui ormai ho le mie abitudini. Al bar entro, il cameriere mi saluta e mi porta café con leche y mediolunas y un vasito de agua tambien, senza che io gli chieda niente.
Sa già cosa voglio.
Mi dà quello che voglio.
Sto per abbandonare l'Argentina. Ciò di cui avevo bisogno me lo ha già dato, gracias.
Cosa so dell'Argentina?
Poco o niente, quindi quando tornerò chi mi chiederà: "com'è l'Argentina?" o, peggio, "com'è il Sudamerica?", mi metterà in grande difficoltà.
So solo quello che ho visto e sentito.
Credo che l'Argentina assomigli al mate : il primo sorso è bollente e amaro, non può piacere subito. È troppo lontano dai nostri gusti, dalle nostre abitudini.
La gente qui è proprio così: calda e amareggiata, triste. Le assomigliavo molto quando sono arrivato. Ora non più: per questo devo partire.
Il mate è anche un rito collettivo: versi l'acqua nella copa e passi agli
amici. Si condivide per un po' qualcosa.
Io e l'Argentina abbiamo condiviso un pezzo di vita.
Ora ho il suo sapore in bocca, ma ho voglia di cambiare.

Gracias:
perché ho visto l'indifferenza verso la miseria e la dignità della gente povera. Una canzone di de Andrè dice: "ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame". Ora lo so anch'io. Non sto giustificando la delinquenza, ma certe chiese ricolme d'oro qui proprio stonano;
perché ho sentito la violenza del rumore: non quello delle cascate, ma quello del traffico;
perché ho ammirato le stelle: vivendo in città, non le avevo mai viste prima. Qui non sono punti di luce nel buio, ma enormi macchie luminescenti;
per avermi fatto capire che condivido algo con le genti più diverse da me.
Gracias por todo esto.

Qui manca tutto:
un chitarrista di strada senza lo slide suona con una bottiglia vuota di
birra;
ci sono pochi soldi e il pesos non vale niente, ma la gente si bacia ovunque e per strada ci sono bimbi bellissimi;
la gente non ha mai in tasca banconote di taglio piccolo così deve comprare cose inutili per cambiare gli onnipresenti 100 pesos. Dappertutto sono sorti i kioskos: negozietti che vendono cianfrusaglie, caramelle, chewing-gum e altre cose di poco prezzo, ma la cui vera utilità è cambiare soldi. Il kiosko è così importante da meritarsi citazioni nelle canzoni dei gruppi rock;
dopo il famoso crack finanziario, i treni non esistono più: sarebbe troppo costoso mantenere una rete ferroviaria. Si usano i pullman anche per viaggi lunghissimi (e io lo so bene);
niente raccolta di rifiuti, ci sono però disgraziati cartoneros che frugando nell'immondizia finiscono per suddividere la plastica dal ferro, il cibo dalla carta.
Ci si arrangia.

Ieri era il mio ultimo giorno a Buenos Aires. Mi sono regalato una cena in un bistrot dove ho mangiato divinamente: non la solita carne alla griglia, ma bruschette con brie e pomodori secchi, fettuccine al pesto, pomodorini e feta greca, padellata di agnello con patate dolci e crema flambé. Sì, avevo molta fame.
Un signore, seduto vicino a me, si è sentito male. Ha avuto un piccolo infarto. Con una paura enorme, facendo tutti gli errori possibili, ho fatto la BLS: gli ho sollevato i piedi, aperto la bocca e quando, disperato, stavo per iniziare il massaggio cardiaco, Antonio, abruzzese che da 55 anni vive qui, ha parlato:
"Sei italiano? Anch'io, sono di Lanciano ".
L'ambulanza è arrivata dopo quasi due ore.
Mi sono arrangiato.

Penso come sempre a Tiziano Terzani e a una sua citazione di Tagore:

"Il sole tramontando guarda questa terra e dice: "Cosa farete ora che io devo andare via?". Lontano nella terra una lucina ad olio, piccola piccola, risponde: "Oh maestro faremo quello che possiamo".

Arrangiamoci.
Io vado in Brasile.
Adios.

AVE CAESAR
In viaggio verso il Brasile

Sono in taxi, diretto a Ezeiza, dove mi aspetta l'aereo per Rio de Janeiro. Fuori dal finestrino guardo Buenos Aires per l'ultima volta.
Devo pagare un pedaggio: 0,70 centavos al casello della tangenziale verso l'aeroporto, più il solito discorso sulle affinità tra Argentini e Italiani. Il tassista è infatti oriundo italiano, parla fluentemente la lingua e, come Antonio, ricorda la città di origine dei suoi genitori: Pescara. Ancora l'Abruzzo.
Come sempre, si comincia a parlare di cucina: lui sostiene che in Argentina si mangia come nell'Italia dell'epoca pre-surgelati, che avrebbero a suo dire sradicato la stagionalità e territorialità della cucina casalinga italiana. Io ammetto che la carne argentina è la migliore del mondo. A questo punto, con la pancia piena, possiamo parlare di ogni argomento.
In realtà, la vita di questo sdentato tassista mi incuriosisce più delle sue opinioni su calcio, somiglianza tra Macrì e Berlusconi, donne e cocaina. È divorziato, con un figlio a carico, spaccone, ex cameriere, gira col suo taxi 12-13 ore al giorno per tutta la città per guadagnare il più possibile. Dice di parlare dieci lingue tra cui il giapponese e si avventura in un improbabile konichuà che dovrebbe dimostrarmi la sua conoscenza del nipponico idioma.
Chiudo gli occhi mentre lui straparla e ripenso a certi cartelloni pubblicitari, visti sia in Argentina sia in Uruguay: "lo que nos une", e sotto il nome della compagnia di telefonia.
Quello che ci unisce.
Sono confuso perché, mentre me ne sto andando, capisco di essere nel paese straniero più simile all'Italia. Ci uniscono il comune essere latini, la cucina, il calcio, il Grande Fratello. Osservo nell'amico tassista tutti i miei tipici pregi/difetti da italiano: caldo, millantatore, bonariamente caricaturale.
Perché, nonostante questo, non ho fatto altro che pensare alla diversità?

Sono in fila da parecchio, in attesa di fare check-in. Gli aeroporti mi sembrano tutti identici: anonimi non-luoghi, artificiali e inospitali.
Viaggiare è chiedersi: dove sono?
Viaggiare è anche capire che non c'è risposta.
Ora sono a Ezeiza, aeroporto internazionale Carlo Pistarini, geograficamente collocato a 30 km da Buenos Aires. Sono immerso in un'architettura avveniristica, vetro e acciaio.
Dove sono?
Nulla lascia capire che oltre quelle vetrate c'è un paese chiamato Argentina.
Potrei essere in qualunque altro posto nel mondo.
Eppure continuo a riflettere sulla diversità, sull'altro.

Pago la tassa di imbarco dopo aver fatto la seconda fila della giornata. Stavolta ho dovuto aspettare per pochi minuti, dietro una comitiva di pensionati inglesi.
Mi viene in mente l'entusiastica lezione di etimologia regalatami dal mio tassista sdentato solo due ore prima. Si stava parlando delle similitudini tra lingue, abitudini e popoli latini.
"Gli antichi romani dicevano Ave Caesar. Sai che vuol dire? Abbiamo Cesare. Cosa dicono gli Inglesi?
I have… Ave.
E allora, che cambia?".
Secondo il mio amico, sarebbero latini perfino gli Inglesi.
Lo que nos une.
Alla fine del viaggio, devo quindi concludere che siamo tutti uguali?
In realtà, non sono mai stato in un continente con così tante diversità. Qui l'altro è il povero, il ricco, l'europeo, il sudamericano, il tifoso della squadra avversaria, il nativos, il criollo , il desaparecido, il cartoneros, il gaucho, il brasiliano, il peruviano, il paraguayo, l'uruguayo, il cileno, il boliviano.
Qui tutti hanno un proprio altro al quale opporsi.
Lo que nos une?

Dopo la terza fila, in questo caso per passare sotto al metal detector, mi aggiro nel il duty-free per spendere gli ultimi pesos rimasti. Valgono talmente poco che non avrebbe senso cambiarli.
Profumi, prodotti tipici, liquori, cioccolate e gadget elettronici: tutto si può pagare in dollari o, moltiplicando per tre volte l'importo, in pesos.
I prezzi sono esposti in valuta americana e ogni oggetto sembra economico, ma io posso pagare solo in pesos: si tratta di enormi cifre a tre zeri.
La stessa bottiglia di rum acquista allora due significati.
Sul mercato globale, è un banale prodotto molto economico.
Qui, in Sudamerica, vale quanto mezzo stipendio, ed è un oggetto esclusivo.
Basta una bottiglia a rendere diverse due persone.

Quarta fila, l'ultima, stavolta per imbarcarmi.
Sto lasciando l'Argentina con uno zainetto semivuoto.
Non ho comprato la bottiglia di rum.

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