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TEN NOT TO MISS
Rio de Janeiro

Nell'attesa del bus che mi porterà alla pousada, leggo un opuscolo. Si intitola "Latin America Pocket Map", ed è distribuito nelle stazioni, negli aeroporti e in tutti gli ostelli del circuito Hostel World.
In perfetto inglese, pretende di riassumere in poche righe tutto un continente: i migliori 10 Festival, le 5 best beaches, le 10 cose da non perdere. Accanto a questo esaustivo quadro di suggerimenti, si può leggere un useful frasario: ben 20 espressioni in spagnolo e portoghese.
Thank you. Gracias. Obrigado.
Quando rileggo le pagine che ho scritto su questo viaggio, mi rendo conto che spesso non ho avuto voglia, non sono stato capace, ho tralasciato, ho rifiutato di scrivere su certi argomenti, luoghi, incontri.
Ho omesso molto più di quanto abbia raccontato.
Mi vengono seri dubbi.
Mi interrogo sul senso di narrare un continente così immenso, sapendo già in partenza (se si ha un minimo di onestà) che mai lo si racchiuderà in qualche pagina.
Posso davvero pensare di aver scritto qualcosa di più articolato dei 10 sintetici punti che posso leggere su "Latin America Pocket Map"?
Ammetto di no.
Perché scrivere, allora?

Leggo una delle eccitanti attività proposte: parapendio su Rio de Janeiro, "l'unico posto al mondo dove puoi volare sopra - e qui parte l'elenco delle attrattive imperdibili - le spiagge della città, grattacieli, e favelas (le celebri shanty towns di Rio), tutto nella stessa area".
Le celebri shanty towns di Rio?
Le baraccopoli tipiche della città di Rio?
Una vera rarità, unica nel suo genere: miseri tuguri non lontani dal centro, ma incastonati nelle colline vista mare, a fianco dei quartieri ricchi, a pochi passi dalle spiagge più belle del mondo.
L'opuscolo omette più di quanto abbia detto.
Manca una spiegazione:

quando la miseria è diventata attrazione turistica?

Perché scrivere?
Per porre interrogativi, quando tutto sembra scontato.

Piove e fa freddo.
Le nuvole nascondono il Cristo Redentor.
Leggo su un giornale che è in atto una guerra civile tra bande di narco-trafficanti, ciascuna a capo di una o più favela. Secondo i dati riportati, la violenza è straripante: nella sola città di Rio, nei primi sei mesi del 2007 ci sono stati quasi 4000 morti da arma da fuoco.
Peggio di Baghdad.
Non vedo l'ora di sorvolare la capitale irachena in parapendio.

IL FUTURO IN UNA CAIPIRINHA
Buzios

Non ho intenzione di raccontare approfonditamente il Brasile. Come ho già fatto nelle pagine precedenti, ometto.
Il Brasile è solo mio.
Lo voglio tutto per me.
Ho viaggiato tanto, ma questo è il mio posto. Dopo l'amaro del mate, ora mi godo il dolce del guaranà .
A volte, anche noi assomigliamo a questo paese.
Tutto va male, poi capiamo cos'è davvero importante, cosa lata, e, nonostante le difficoltà quotidiane, sorridiamo.
Sono felice.

Sono steso al buio con una caipirinha , davanti all'oceano. Sento le onde vicine e i tuoni lontani. Ripenso all'Argentina. Antonio e il tassista sdentato ci vivono da anni. Il primo, era debole e bisognoso di aiuto. Il secondo, era spaccone e sicuro di potercela fare da solo. Entrambi erano abruzzesi. Entrambi sono Argentini.
Io sono bolognese.
Sono stato anch'io Argentino.

Stamattina mi sono alzato presto e ho fatto il bagno quando il sole era ancora basso. Mi sono asciugato, ho bevuto un cocco. Ho passeggiato fino all'attracco delle barche dei pescatori lungo questa stessa spiaggia dove ora sto bevendo la caipirinha. Mi sono seduto a fianco di un ragazzo che stava cucendo le reti. Dietro di noi, due ragazze si sono messe a ballare.
Il pescatore è meticcio, le due ragazze nere, con occhi azzurri e capelli biondi. L'uomo che mi ha spaccato il cocco è un bianco, ma ha tratti somatici negroidi.
La diversità.
Rieccola.
Ma non come l'ho sempre conosciuta.
Finora ho imparato quanto è facile opporsi a chi non è come noi: nativos-conquistadores, europei-sudamericani, ricchi-poveri, bianchi-neri.
In Brasile, invece, sto ammirando quel che succede quando ci si mischia.
Lo que nos une.
Qui tutti hanno fatto l'amore con tutti.
Il risultato è la cascata: una mescolanza travolgente e carnevalesca di razze e culture. In questo paese, l'altro assume un valore differente da quello che sempre ha avuto nel mio viaggio, nella mia vita.
Non è qualcuno a cui opporsi.
Qui tutti sono altro.

Penso a Ryszard Kapuscinski:

"Ogni volta che l'uomo incontra l'altro gli si presentano tre possibilità: fargli guerra, ritirarsi dietro a un muro, aprire un dialogo".

Lottarci contro.
Ignorarlo.
Conoscerlo.
Durante il viaggio sono stato nei tre stadi più importanti del continente, dove ho visto i tre modi di incontrarsi con l'altro:

- A Buenos Aires, alla Bombonera, si è inscenata la corrida di Boca-Gremio.
Fargli la guerra.

- A Montevideo, allo stadio del Centenario, ho visto Recoba e compagni giocare una noiosa partita amichevole della nazionale dell'Uruguay contro una selezione locale.
Ritirarsi dietro a un muro.

- Nell'immenso Maracanà di Rio de Janeiro ho assistito assieme a circa 100.000 spettatori alle gare dei cosmopoliti Giochi Panamericani.
Aprire un dialogo.

Il Sudamerica, al di fuori dei suoi stadi di calcio, ha conosciuto i massacri dei conquistadores, le mura dell'impero Inca, la miescla brasiliana.

Noi quale strada seguiremo?
Diventeremo tutti Brasiliani?
O rimarremo conquistadores?

Basta, rinuncio.
Sia che si tratti di un popolo, sia che si tratti di una persona, l'altro è duplice: è un individuo, quindi ci assomiglia e può ascoltare e amare Kurt Cobain; ma è portatore di una etnia, cultura, religione, società, e quindi è diverso.
L'altro è un mistero irrisolvibile.

"I think I'm dumb, or maybe I'm just happy".
Sono scemo.
Sono felice.
E ubriaco.

di Riccardo Pirazzoli

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